Seduta con una psicologa: breve dietro le quinte
- 29 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 7 mag

Che cosa significa fare terapia psicologica?
Me lo sono chiesta molte volte, da professionista e da paziente.
Ogni volta la risposta cambia, si arricchisce e si contraddice.
Penso che scrivere sia prezioso: aiuta a mettere nero su bianco - in questo caso, bianco su verde - pensieri, immagini e intuizioni che altrimenti rimarrebbero astratti viaggiatori della mente. Oggi ho deciso di provare a rispondere qui.
Come i pezzetti di un puzzle
Dunque, per me significa entrare nella vita delle persone con profondo rispetto, ma non troppo in punta di piedi. Ritengo, infatti, che ogni seduta debba essere efficace. Non intendo con ciò che l'efficacia debba essere percepita istantaneamente: alle volte si scopre quanto un incontro sia stato utile solo dopo diverso tempo; possono passare settimane, mesi o anni.
Un po' come in un puzzle: alcuni pezzi ti attirano per forma e colori così particolari e belli che li prendi in mano e subito trovi il posto giusto, logico e coerente nel disegno; altri pezzi, invece, sono neutri e possono sembrare così simili tra loro che diventa difficile trovare la posizione: solo quando il contorno ha preso forma, si comprende dove vanno.
Alle volte può capitare anche che qualche pezzetto di puzzle venga perso e che il disegno rimanga per sempre incompleto.

Le sedute di un percorso psicologico sono un po' così: alle volte dinamiche e coinvolgenti, altre volte - nella mia esperienza rappresentano una minima percentuale - noiose e all'apparenza insignificanti.
Ogni seduta è unica e parte di un disegno più ampio e complesso che prende forma man mano che la terapia - e la vita - vanno avanti.
E se alle volte restano dei buchi vuoti, degli spazi che non trovano riempimento e senso, forse, va bene così.
Forse è proprio da questo vuoto, fertile, che può nascere qualcosa di bello.
Questo, almeno, per quanto riguarda la mia esperienza da professionista e da paziente.
"Se non si ha paura in due, non è terapia"
La scorsa settimana, prima di una seduta, mi sentivo agitata.

"Sarò all'altezza?".
"Farò la cosa giusta?".
"Lo aiuterò a sufficienza?".
Daniele mi ha sorriso e ha detto: "se non si ha paura in due, non è terapia".
Questa citazione mi ha istantaneamente calmato perché mi ha riagganciato alla mia umanità.
L'umanità del terapeuta
Essere umani imperfetti è la natura degli esseri umani.
Il mio pensiero e affetto vanno a Sergio Mazzei, psicoterapeuta della gestalt e uno dei miei maestri più cari.
Lui, più di chiunque altro, mi ha trasmesso il valore dell'"umanità del terapeuta".
Però, alle volte, ci ricado: rimango per un po' - per fortuna sempre meno - appiccicata all'immagine idealizzata di una professionista perfetta che fa sempre la cosa giusta.
Quando questo accade, penso a ciò che è "giusto" e mi perdo il "gusto" di chi ho davanti.
Sono grata di avere attorno a me persone - professionisti e amici - che, con amore, mi mostrano quando cado in questo tranello.
Mi centro, dunque, e torno al servizio dell'altro: come professionista con competenze e strumenti e anche come donna, viva, imperfetta e attraversata delle emozioni...
e, respirando nella mia paura, vado ad incontrare la paura dell'altro.
Francesca

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